Torna al blog
TRAUMA

Stay and play o scoop and run: cosa dicono i dati sullo scene time

Ogni intervento avanzato sulla scena aumenta il tempo del 41%. Uno studio di London's Air Ambulance su 1.357 pazienti mette un prezzo in minuti sul gesto clinico. E il prezzo cambia con la geografia.

Simon GrosjeanMedico
3 agosto 2026
10 min di lettura
6 letture
Accedi per mettere like
Stay and play o scoop and run: cosa dicono i dati sullo scene time
TRAUMA

Indice

10 min

Ascolto regolarmente The Resus Room. Nella puntata "Papers of August 2026" Simon Laing e Rob Fenwick discutono tre lavori, e il primo mi ha incuriosito abbastanza da farmi andare a leggere il testo originale. Si tratta di uno studio di London's Air Ambulance pubblicato sullo Scandinavian Journal of Trauma, Resuscitation and Emergency Medicine, e affronta una domanda che nel dibattito preospedaliero circola da trent'anni senza aver mai avuto una risposta numerica pulita: quanto tempo costa, in minuti, ogni procedura avanzata che decidiamo di fare sul posto.

Il paper non risponde alla domanda che tutti si aspettano. Non dice se conviene intervenire o caricare e partire, perché non guarda alla mortalità né all'esito funzionale. Fa qualcosa di più circoscritto e, a mio parere, più utile: mette un prezzo sul gesto clinico. E una volta che quel prezzo esiste, la discussione su stay and play e scoop and run cambia natura, perché smette di essere una questione di filosofia e diventa una questione di aritmetica applicata al proprio sistema.

Cosa hanno fatto

Gandolfi e colleghi hanno confrontato due finestre temporali separate da una discontinuità precisa. Tra il 2010 e il 2017 London's Air Ambulance ha introdotto in pratica corrente quattro procedure che prima non aveva: emotrasfusione preospedaliera, REBOA, cannulazione arteriosa e accesso venoso centrale. Gli autori hanno quindi analizzato i pazienti trattati nel mese di luglio degli anni 2005-2010 (gruppo 1, 728 pazienti) e 2017-2021 (gruppo 2, 629 pazienti), lasciando volutamente vuoto l'intervallo in cui il cambiamento è avvenuto.

Otto procedure sono state classificate come avanzate: anestesia preospedaliera, emotrasfusione, toracostomia, toracotomia, REBOA, accesso venoso centrale, cannulazione arteriosa e trattamento dell'arresto cardiaco traumatico. Il modello multivariato ha poi isolato il contributo di ciascuna variabile allo scene time, definito come il tempo tra l'arrivo del team dal paziente e la partenza dalla scena.

Il numero

Ogni intervento avanzato aggiuntivo si associa a un aumento del 41% dello scene time (variazione relativa 1,41; IC 95% 1,35-1,48; p < 0,001), dopo aggiustamento per periodo, età, meccanismo, dimensione del team, modalità di arrivo, orario e giorno della settimana.

Il dettaglio che conta è che l'effetto è moltiplicativo e non additivo. Non stiamo sommando cinque minuti per procedura. Stiamo componendo percentuali su una base che cresce. La traduzione in tempo assoluto è brutale: 17 minuti mediani sulla scena per i pazienti che non ricevono alcun intervento avanzato, 57 minuti mediani per quelli che ne ricevono cinque. Il REBOA, con soli tre casi e quindi con tutta la cautela del caso, si associa alla mediana più alta in assoluto: 61 minuti.

L'anestesia preospedaliera, la procedura di gran lunga più frequente (309 pazienti, il 22,8% della coorte), si associa a una mediana di 37 minuti, identica nei due periodi. Vent'anni di esperienza accumulata, checklist, standardizzazione e simulazione non hanno accorciato il tempo di una PHEA. È un dato che vale la pena guardare a lungo.

Il secondo predittore indipendente è il meccanismo. A parità di tutto il resto, un trauma chiuso ha un tempo sulla scena quasi doppio rispetto a un penetrante (1,91; IC 95% 1,78-2,05). In termini grezzi: 25 minuti mediani contro 10.

I tre quarti che non ricevono nulla

C'è un dato che nel dibattito non compare quasi mai. Il 74% dei pazienti trattati da London's Air Ambulance non riceve alcun intervento avanzato. Nel gruppo più recente la quota scende al 70,6%, ma resta largamente maggioritaria.

Questo dato va letto con attenzione, perché si presta a una lettura sbagliata. Verrebbe naturale concludere che si tratti semplicemente di pazienti meno gravi, e in parte è vero: chi lavora in centrale operativa sa perfettamente che la quota di missioni realmente critiche è una frazione del totale, e che il valore aggiunto di un sistema si gioca almeno quanto sui pazienti che non finiranno in sala operatoria. Ma qui la popolazione non è quella generale. È una coorte filtrata due volte: da un dispatcher dedicato che ascolta le chiamate in tempo reale per intercettare il trauma maggiore, e dall'esclusione dei 154 pazienti dichiarati morti sulla scena. L'Injury Severity Score mediano documentato in studi precedenti dello stesso servizio è 17.

In altre parole: anche in una popolazione preselezionata di trauma maggiore urbano, servita dal team con il ventaglio di capacità più ampio d'Europa, tre pazienti su quattro vengono trattati e trasportati senza alcuna procedura avanzata. La caricatura dello stay and play, del medico che si accanisce sulla scena perché ha gli strumenti per farlo, non esiste nemmeno lì. Il che sposta la domanda: non "quanto interveniamo", ma "su chi".

scene-time-fig1.png

Il denominatore che manca

Qui arriva il punto che dal mio contesto risulta impossibile non vedere, e che uno studio londinese non poteva porsi.

Un aumento del 41% dello scene time è un costo. Ma un costo ha significato solo in rapporto a ciò che si rinuncia a ottenere. E ciò a cui si rinuncia, in trauma, è il tempo di arrivo alla cura definitiva. Che non è una costante: è una variabile geografica.

A Londra il tempo di trasporto mediano è di 15 minuti nel periodo recente. Un intervento in più sulla scena significa ritardare di alcuni minuti l'accesso a una sala operatoria che è comunque a un quarto d'ora di distanza. La sala operatoria resta l'alternativa reale, immediatamente disponibile, e la logica del minimizzare il tempo sulla scena è coerente con la struttura del sistema.

In Valle d'Aosta, come in qualsiasi sistema montano o rurale, quel denominatore cambia di categoria. Un trasporto verso l'unico ospedale regionale può superare l'ora. Nelle valli laterali, in inverno, con l'elicottero non disponibile, molto di più. Lo stesso 41% si misura contro un'attesa che non è più un quarto d'ora ma un tempo in cui il paziente può semplicemente non arrivare.

Il ragionamento si inverte. Dove la cura definitiva è a quindici minuti, l'intervento avanzato sulla scena è un ritardo da giustificare. Dove è a settanta, lo stesso intervento è spesso l'unica finestra terapeutica disponibile, e la domanda diventa il suo esatto opposto: quali capacità dobbiamo portare sul posto, dato che l'ospedale non è un'alternativa a breve termine.

È lo stesso dato, con due significati clinici opposti. Ed è la ragione per cui trasferire meccanicamente le raccomandazioni operative dei grandi servizi urbani ai sistemi territoriali è un errore che continuiamo a commettere. Non perché quelle raccomandazioni siano sbagliate, ma perché sono state calibrate su un denominatore che noi non abbiamo.

Vale la pena notare che lo studio stesso segnala questo limite, definendo esplicitamente ridotta la validità esterna verso servizi non urbani.

I minuti si sono aggiunti altrove

Se il paper si fermasse qui sarebbe già utile. Ma contiene un secondo risultato che nella discussione riceve molta meno attenzione, e che a me sembra il più interessante dal punto di vista di sistema.

Il tempo sulla scena, in vent'anni, non è cambiato: 22 minuti mediani nel primo periodo, 20 nel secondo, differenza non significativa. Il periodo di calendario non è risultato un predittore indipendente. Sembra una notizia rassicurante.

Il tempo preospedaliero totale, però, è aumentato: da 59 a 63 minuti, con significatività statistica. E l'aumento non viene dalla scena. Viene da due fasi diverse:

  • attivazione-arrivo sul posto: da 21 a 24 minuti
  • trasporto: da 10 a 15 minuti

Il secondo dato ha una spiegazione strutturale precisa. Nel 2010 Londra ha istituito il suo Major Trauma System, formalizzando il bypass degli ospedali locali verso i centri traumatologici designati. Una scelta di sistema corretta, con un costo in minuti che è stato accettato consapevolmente. Il primo, l'aumento del tempo di attivazione, gli autori lo attribuiscono in ipotesi al cambiamento del case mix: il trauma penetrante richiede un'interrogazione telefonica prima dell'invio, mentre alcuni meccanismi chiusi attivano automaticamente il team.

Il risultato complessivo è che abbiamo passato vent'anni a cronometrare, discutere e ottimizzare l'unica fase che i clinici controllano direttamente, quella sulla scena, ottenendo di mantenerla stabile a fronte di un carico procedurale crescente. Ottimo risultato. Nel frattempo i minuti si sono accumulati nelle due fasi che dipendono dal disegno del sistema e dalla logica di dispatch, dove nessuno stava guardando con la stessa intensità.

Dal punto di vista della centrale operativa questo è il messaggio più azionabile del paper. La leva sul tempo preospedaliero non è solo, e forse non è principalmente, nelle mani di chi sta sulla scena. È nella qualità dell'intercettazione della chiamata, nella soglia di attivazione, nella scelta del mezzo e nella destinazione. Sono decisioni prese in pochi secondi da chi non vedrà mai il paziente, e che spostano più minuti di quanti ne sposti una procedura in meno.

Nota di metodo: la media che nasconde due traiettorie

Resta un ultimo elemento, che è il vero motivo per cui vale la pena leggere il paper per intero e non solo l'abstract.

Perché lo scene time è rimasto stabile, se ogni intervento aggiuntivo lo aumenta del 41% e gli interventi sono diventati più frequenti? Perché nel frattempo è cambiato il case mix. La quota di trauma penetrante è passata dal 24,2% al 34,2%, e il trauma penetrante ha scene time strutturalmente brevi. Due traiettorie opposte, che nell'aggregato si annullano.

Il dato medio, quindi, non descrive nessun paziente reale. Descrive la sovrapposizione di due popolazioni che si stanno muovendo in direzioni contrarie. Se un servizio guardasse solo al proprio scene time mediano come indicatore di qualità, concluderebbe che nulla è cambiato, mentre in realtà è cambiato quasi tutto: nella coorte con trauma chiuso, la quota di pazienti che riceve più di un intervento avanzato è più che raddoppiata, dal 4,9% all'11,6%, mentre nei penetranti è rimasta invariata.

È il motivo per cui gli indicatori aggregati, presi da soli, sono strumenti deboli di governo clinico. Non perché siano falsi, ma perché sono compatibili con troppe storie diverse.

Vanno aggiunti i limiti che gli autori dichiarano onestamente. Lo studio è retrospettivo. Campiona un solo mese all'anno. Non riporta outcome. Le procedure vengono spesso eseguite in parallelo e non in sequenza, il che rende impossibile attribuire a ciascuna un costo temporale proprio. E soprattutto esiste un confondimento per indicazione che gli autori riconoscono esplicitamente: i pazienti che richiedono più procedure sono anche quelli più gravi e più complessi, e la loro gravità allunga il tempo sulla scena indipendentemente dalle procedure stesse. Il 41% non è quindi il costo puro del gesto tecnico, ma il costo del gesto insieme al contesto clinico che lo ha reso necessario.

C'è infine un'esclusione che spinge la stima verso il basso: i 154 pazienti dichiarati morti sulla scena sono stati rimossi dall'analisi. Sono, con ogni probabilità, tra quelli che hanno ricevuto più interventi e assorbito più tempo. La loro esclusione è metodologicamente difendibile, dato che non venivano trasportati verso una cura definitiva, ma il lettore deve sapere che il costo reale in minuti degli interventi avanzati è verosimilmente superiore a quello stimato.

Cosa mi porto sul turno

Il paper non mi dice se lavorare sulla scena o partire rapidi verso l’Hub di riferimento. Mi dice tre cose diverse e più solide.

  1. Che ogni procedura ha un prezzo misurabile, e che quel prezzo non è lineare: la seconda costa più della prima, la terza più della seconda.
  2. Che quel prezzo va sempre diviso per il tempo che mi separa dalla cura definitiva, e che questo rapporto è la vera variabile clinica, non la procedura in sé. È anche la ragione per cui la stessa evidenza genera protocolli legittimamente diversi a Londra e in una valle alpina.
  3. Che mentre discutiamo di minuti sulla scena, il sistema ne aggiunge altrove senza che nessuno lo commenti.

La domanda che mi resta è di sistema, e la giro volentieri a chi lavora in contesti a lungo tempo di trasporto: abbiamo mai misurato il nostro denominatore? Non il tempo mediano di trasporto sulla carta, ma quello reale, per valle, per stagione, per disponibilità dell'elisoccorso. Perché senza quel numero ogni discussione su cosa fare sulla scena resta una discussione teorica presa in prestito da qualcun altro.


Riferimento Gandolfi M, Bird F, Henry CL, Bestwick J, Lockey DJ, Perkins ZB. The impact of advanced pre-hospital interventions on scene time. Scand J Trauma Resusc Emerg Med. 2026;34:108. doi: 10.1186/s13049-026-01613-5

Fonte dello spunto The Resus Room, Papers of August 2026

Accedi per mettere like
🧠

Vuoi approfondire?

Discuti questo articolo con l'intelligenza artificiale di EMSy per ottenere analisi personalizzate sulla tua professione

EMSy Focus

Discuti questo articolo con l'intelligenza artificiale di EMSy per ottenere approfondimenti personalizzati sulla tua professione

Powered by AI • Risposte personalizzate

Chi ha scritto questo articolo

Simon Grosjean - Medico Chirurgo - Autore EMSy

Dr. Simon Grosjean

Medico Chirurgo

Presidente e Founder - EMSy S.r.l.

Medico di Emergenza Territoriale e Presidente di EMSy. Esperto in medicina d'urgenza preospedaliera con anni di esperienza sul campo. Ideatore dell'architettura AI di EMSy, traduce le necessità cliniche in soluzioni tecnologiche innovative.

Autore

Simon Grosjean

Medico

Condividi

EMSy Focus

Discuti questo articolo con l'intelligenza artificiale di EMSy per ottenere approfondimenti personalizzati sulla tua professione

Powered by AI • Risposte personalizzate

Vuoi rimanere aggiornato?

Iscriviti per ricevere i nuovi articoli direttamente nella tua email

Disclaimer Medico

Questo contenuto è fornito esclusivamente a scopo educativo e informativo per professionisti sanitari. Non sostituisce la consulenza, la diagnosi o il trattamento medico professionale. Consultare sempre il proprio medico o altro operatore sanitario qualificato per qualsiasi domanda relativa a una condizione medica. Non ignorare mai la consulenza medica professionale né ritardare nel richiederla a causa di qualcosa che hai letto su questo sito.

Ultimo aggiornamento: 3 agosto 2026
Autore: Simon Grosjean - Medico
Revisionato da: EMSy Medical Review Team