Intervista al Dr. Federico Moro, medico del team USAR Emilia-Romagna e tra i protagonisti dell'intervento al crollo di Porto Sant'Elpidio: cos'è l'USAR, come ci si arriva, e perché questa disciplina merita più attenzione di quanta ne riceva.
Il 6 giugno 2026, all'alba, un'esplosione causata da una fuga di gas ha distrutto una palazzina di due piani a Porto Sant'Elpidio, nelle Marche. Tre persone hanno perso la vita, due sono rimaste gravemente ferite. Tra i soccorritori attivati quel mattino c'era il team USAR dell'Emilia-Romagna, al suo primo dispiegamento operativo al completo: 44 operatori, 38 Vigili del Fuoco e 6 sanitari, componente tecnica e sanitaria integrate in un unico modulo di risposta.
USAR sta per Urban Search and Rescue: ricerca e soccorso in contesto urbano. In Italia è una realtà ancora poco conosciuta al di fuori dei Vigili del Fuoco e di una cerchia ristretta di professionisti dell'emergenza. Il ruolo della componente sanitaria al suo interno è quasi del tutto inesplorato nel dibattito pubblico, eppure rappresenta una delle frontiere più impegnative della medicina preospedaliera: lavorare sotto le macerie, fianco a fianco con i tecnici, in scenari dove le regole dell'emergenza ordinaria non bastano più.
Solo poche settimane prima dell'intervento di Porto Sant'Elpidio, a Pisa, i team USAR italiani ITA-01 e ITA-02 avevano ottenuto la certificazione INSARAG delle Nazioni Unite, rispettivamente come team Medium e Light, confermando la maturità del sistema italiano nel panorama internazionale.
Per questa intervista ho chiesto a Federico Moro, medico del team USAR Emilia-Romagna e tra i protagonisti dell'intervento di Porto Sant'Elpidio, di raccontarci cosa significa essere un medico sotto le macerie: come ci si arriva, cosa cambia rispetto al soccorso ordinario, e perché questa disciplina meriti più attenzione di quanta ne riceva.

1. Cos'è l'USAR
Federico, per molti colleghi in Italia "USAR" è una sigla che associano esclusivamente ai Vigili del Fuoco. Cos'è realmente un team USAR e qual è il ruolo della componente sanitaria al suo interno?
USAR significa Urban Search and Rescue, cioè ricerca e soccorso urbano. In Italia è una sigla giustamente associata ai Vigili del Fuoco, perché l'organizzazione e la gestione del sistema USAR sono in capo al Corpo Nazionale, e perché la parte tecnica è il cuore dell'intervento: ricerca, messa in sicurezza, accesso alle macerie, estricazione e recupero delle vittime.
Detto questo, un team USAR non è solo una squadra tecnica. È una squadra multidisciplinare, pensata per scenari complessi come crolli, terremoti, esplosioni o spazi confinati, dove competenze tecniche e sanitarie devono lavorare davvero insieme.
Per me il punto centrale è il cambio di prospettiva: non ci sono più "noi sanitari" e "loro Vigili del Fuoco". C'è un'unica squadra USAR, con ruoli diversi e un obiettivo comune.
La vera peculiarità è che il sanitario USAR non resta fuori dall'area complessa. Tradizionalmente l'area rossa, cioè l'area delle macerie o del pericolo diretto, era di fatto interdetta al personale sanitario. Nel team USAR, invece, medici e infermieri formati possono entrare insieme ai Vigili del Fuoco, quando le condizioni lo permettono, per assistere la vittima intrappolata già durante l'accesso e l'estricazione.
In più, la componente sanitaria gestisce il posto medico del campo base e tutela la salute di tutto il team, compresi i cani delle unità cinofile. Quando serve può anche svolgere ruoli tecnici di supporto, come sentinella o addetto al varco. Quindi non accompagna semplicemente i Vigili del Fuoco: fa parte della squadra.

2. Il percorso verso l'USAR
Il tuo curriculum spazia dalla Rianimazione al HEMS, dal Soccorso Alpino alla formazione avanzata nel trauma sia a livello ospedaliero che preospedaliero. Come sei arrivato all'USAR e cosa ti ha spinto a intraprendere questo percorso?
Il mio interesse per il soccorso preospedaliero nasce da lontano. Fin da quando ero più giovane sono sempre stato attratto dal trauma e da tutto quello che succede prima dell'arrivo in ospedale: il dinamismo, il cambio continuo di contesto, l'imprevedibilità, la logistica e il fattore umano. L'ospedale ha difficoltà enormi, ovviamente, ma fuori dall'ospedale queste variabili hanno un peso diverso.
Negli anni ho cercato di costruire il mio percorso attorno a un'idea abbastanza semplice: portare soccorso sanitario di alta qualità fuori dall'ospedale, soprattutto nel trauma. Lavorando in ambito urbano, in una grande città e in un sistema 118 di altissimo livello, hai però molte risorse, tempi relativamente rapidi e una rete molto strutturata.
A un certo punto ho sentito il bisogno di unire questa esperienza ad altre due passioni: gli ambienti impervi e le maxiemergenze. Perché lo stesso paziente, con gli stessi problemi clinici, può richiedere scelte completamente diverse a seconda dello scenario. Quello che in città è corretto o quasi automatico, in ambiente impervio o tra le macerie può diventare difficile, impraticabile o perfino pericoloso.
L'USAR rappresentava esattamente questo passaggio: portare competenze sanitarie avanzate in uno scenario tecnico, ostile e non convenzionale. Quindi, quando la Regione Emilia-Romagna ha aperto le selezioni per il personale sanitario della nascente Squadra USAR regionale, non me lo sono fatto dire due volte. Mi è sembrato un passaggio naturale, ma anche una sfida nuova.
3. La certificazione INSARAG
A maggio 2026, i team USAR italiani ITA-01 e ITA-02 hanno ottenuto la certificazione INSARAG delle Nazioni Unite a Pisa. Puoi spiegarci cosa significa questa certificazione in termini pratici e quali standard richiede?
La certificazione INSARAG, International Search and Rescue Advisory Group, è l'accreditamento internazionale secondo gli standard delle Nazioni Unite per i team USAR. Non è un attestato simbolico: è una verifica molto rigorosa della capacità di operare in scenari complessi come terremoti, esplosioni o crolli.
In pratica significa dimostrare che il team sa lavorare con procedure riconosciute a livello globale: attivazione, logistica, autosufficienza, ricerca, accesso alle vittime, estricazione, coordinamento e interoperabilità con altri sistemi di soccorso.
Per la componente sanitaria è un passaggio importante perché valuta anche la capacità di portare assistenza avanzata nello scenario USAR, quindi anche in ambiente confinato o tra le macerie, stabilizzando e trattando il paziente critico durante le fasi di soccorso.
La certificazione ottenuta a Pisa nel maggio 2026 da ITA-01 e ITA-02 conferma la qualità del sistema italiano e l'integrazione tra Vigili del Fuoco e Servizio Sanitario Nazionale. I complimenti vanno ai servizi di emergenza-urgenza di Toscana, Lombardia, Lazio e Veneto, coinvolti in ITA-01, e al Piemonte, coinvolto in ITA-02: realtà che hanno aperto e consolidato questo percorso in Italia, e che guardiamo con grande ammirazione.
4. Il panorama internazionale
Come si colloca il modello USAR italiano nel panorama internazionale? Ci sono sistemi esteri da cui abbiamo imparato o che ci guardano come riferimento?
Il modello italiano si colloca dentro il panorama internazionale definito da INSARAG, quindi in una rete globale di team che condividono standard, linguaggio operativo, procedure e criteri di interoperabilità. Nelle grandi catastrofi non basta essere efficaci nel proprio contesto nazionale: bisogna saper lavorare con squadre che arrivano da Paesi diversi.
Credo che l'Italia abbia imparato molto dal confronto internazionale, come è giusto che sia in un sistema basato su standard condivisi e miglioramento continuo. Allo stesso tempo, senza fare classifiche, possiamo essere orgogliosi del livello raggiunto.
Gli ottimi riscontri ottenuti dal team USAR Medium nella missione in Turchia del 2023, dopo il terremoto, e i risultati della recente certificazione INSARAG di Pisa confermano una preparazione molto solida, sia sul piano tecnico sia su quello dell'integrazione sanitaria. Non parlerei di un modello "migliore" di altri, ma certamente di un sistema maturo, credibile e in grado di confrontarsi con le migliori esperienze internazionali.
5. Porto Sant'Elpidio
Il 6 giugno sei stato tra i membri del team USAR Emilia-Romagna attivato per il crollo di Porto Sant'Elpidio. Senza entrare in dettagli che possano compromettere la privacy, puoi raccontarci come si è sviluppato l'intervento dal punto di vista medico e organizzativo?
Innanzitutto era il giorno del mio compleanno, quindi quando all'alba ho ricevuto la chiamata di attivazione mi ha colto un po' alla sprovvista. Poi però è scattato tutto molto rapidamente: in poco tempo abbiamo raccolto il personale, configurato il modulo sanitario e logistico e siamo partiti verso le Marche.
Al nostro arrivo a Porto Sant'Elpidio era già in corso un lavoro importante da parte della squadra USAR Light locale, dei Vigili del Fuoco e dei colleghi del 118 del territorio. Il nostro arrivo come team USAR Medium ha permesso di aggiungere struttura, logistica e sistematicità, integrandoci con quanto era già stato messo in campo.
Dal punto di vista medico e organizzativo il compito era inserirsi in uno scenario complesso, ad alto rischio evolutivo, garantendo supporto sanitario avanzato al dispositivo di soccorso e contribuendo alla gestione complessiva dell'intervento. Le attività di ricerca tra le macerie, la messa in sicurezza continua dell'area, l'impiego di unità cinofile e droni hanno permesso di identificare ed evacuare tutte le vittime, purtroppo alcune delle quali decedute.
È stato un intervento forte anche sul piano emotivo. Ha mostrato bene, però, il valore dell'integrazione tra componente tecnica e sanitaria: in scenari così non conta solo la competenza del singolo, conta la capacità del sistema di attivarsi rapidamente, parlare lo stesso linguaggio e mettere ordine dentro una situazione molto complessa.
6. La medicina sotto le macerie
Quali sono le sfide cliniche specifiche del lavoro in uno scenario di crollo strutturale? In cosa la medicina sotto le macerie è diversa dall'emergenza "tradizionale" in ambulanza o in elicottero?
La differenza principale è che sotto le macerie la medicina non può mai essere separata dallo scenario. In ambulanza o in elicottero, di solito, il paziente viene raggiunto, valutato, trattato e trasportato secondo percorsi abbastanza definiti. In un crollo, invece, l'accesso può essere difficile, parziale o molto lento, e ogni manovra deve essere compatibile con la sicurezza strutturale e con il lavoro dei Vigili del Fuoco.
L'approccio alla vittima sepolta è una delle situazioni più complesse. A volte la prima valutazione avviene con telecamere, contatto vocale o piccoli stratagemmi operativi. Anche quando si arriva al paziente, può essere impossibile portare zaini, presidi di immobilizzazione, attrezzature avanzate o lavorare in più soccorritori. Si opera spesso al buio, in spazi stretti, con rumore, polvere e instabilità.
In più, il paziente da maceria può presentare problemi specifici, meno frequenti nel soccorso urbano ordinario, come la crush syndrome, cioè la sindrome da schiacciamento, che richiede studio, conoscenze e trattamenti dedicati. Nei casi estremi, un paziente incarcerato e non evacuabile, per esempio con un arto intrappolato, può portare a decisioni drammatiche come l'amputazione direttamente in maceria.
Anche procedure che normalmente sarebbero indicate possono diventare impraticabili. Un paziente con trauma cranico severo, che in un contesto ordinario potremmo sedare, intubare e ventilare per neuroprotezione, in maceria potrebbe non essere gestibile in sicurezza se poi non possiamo garantire ventilazione, ossigenazione e monitoraggio fino all'estricazione.
Detto in modo semplice: sotto le macerie non basta sapere cosa sarebbe corretto fare in teoria. Bisogna capire cosa puoi davvero fare lì, in quel momento, senza mettere a rischio la vittima e la squadra.
7. La sinergia con i Vigili del Fuoco
In uno scenario USAR, il medico lavora fianco a fianco con i Vigili del Fuoco in un modo molto più integrato rispetto all'emergenza ordinaria. Come funziona concretamente questa sinergia? Come si gestiscono i momenti in cui le priorità tecniche e quelle sanitarie confliggono?
È una domanda molto bella, perché tocca uno degli aspetti che mi ha colpito di più: l'integrazione con la componente tecnica della squadra. È qualcosa di diverso rispetto a quello che avviene nell'emergenza ordinaria, quando ci si trova a lavorare con i Vigili del Fuoco su un incidente stradale o su un altro evento.
Secondo me questa sinergia nasce soprattutto dalla formazione congiunta, che dura nel tempo e si ripete durante l'anno, dalla condivisione di obiettivi, strategie e linguaggio, ma anche dalla conoscenza reciproca. Non siamo professionisti che si incontrano per la prima volta sullo scenario: siamo una squadra che si è addestrata insieme prima di arrivarci.
In un team multiprofessionale è normale che, in alcuni momenti, prevalgano le priorità tecniche e, in altri, quelle sanitarie. Per questo mi piace molto il concetto di leadership fluida: la guida passa alla componente che in quel momento ha la competenza più rilevante per la sicurezza della squadra e per il bene del paziente.
Ci possono essere momenti in cui le priorità entrano in tensione. La formazione comune, l'addestramento e il lavoro sulle non-technical skills, cioè competenze non tecniche come comunicazione, consapevolezza situazionale, decision making e lavoro di squadra, servono proprio a questo: evitare conflitti sterili e scegliere insieme la strada più sicura ed efficace.
8. Come avvicinarsi all'USAR
Se un collega, medico o infermiere dell'emergenza, ti chiedesse "come posso avvicinarmi al mondo USAR?", cosa gli consiglieresti concretamente?
Gli direi prima di tutto di studiare tanto e formarsi molto. Può sembrare banale, ma per lavorare in scenari extra-ordinari bisogna avere basi molto solide nel soccorso ordinario. Solo con una buona preparazione nell'emergenza territoriale, nel trauma, nel paziente critico e nella gestione preospedaliera si può pensare di portare quelle competenze dentro contesti come le macerie.
Poi gli consiglierei di lavorare sulle competenze non tecniche: comunicazione, leadership, capacità di stare in squadra, gestione dello stress, consapevolezza situazionale e decision making. In USAR non basta essere bravi tecnicamente: bisogna integrarsi in un sistema multiprofessionale, con ruoli diversi e priorità che cambiano rapidamente.
Infine, inutile negarlo, serve anche un occhio alla preparazione fisica. Sono scenari faticosi, scomodi e spesso lunghi, in cui il corpo viene messo alla prova tanto quanto la testa. E aggiungerei una cosa molto pratica: capire prima di trovarsi in un piccolo cunicolo buio, pieno di polvere e detriti, se si soffre di claustrofobia non è affatto una cattiva idea.
Federico Moro è Medico Anestesista e Rianimatore presso il Trauma Centre di Bologna (AUSL Bologna) e medico HEMS alla base di elisoccorso di Bologna. È medico del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) in Emilia-Romagna e membro della Squadra USAR Medium dell'Emilia-Romagna. Istruttore ATLS e ETC, è Social Media and Digital Representative per Trauma & Emergency Medicine dell'European Society of Intensive Care Medicine (ESICM) e membro del Board Coordinamento Sezione Maxiemergenze ed Ambiente Ostile della SIAARTI.




